Vi sono elementi della storia del Giappone che chiunque, anche chi non abbia mai preso in mano un libro che ne tratti per punti essenziali, conosce o ne ha sentito parlare almeno una volta: Pearl Harbour e i kamikaze, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, lo tsunami e la centrale nucleare di Fukushima, …

Ma forse ciò che più di qualsiasi altra cosa rimanda all’idea del Giappone, soprattutto a quello dell’epoca medievale, è il samurai, il guerriero giapponese per antonomasia, accostato sempre, nell’immaginario collettivo, alla sua inseparabile katana.

Breve storia del samurai

I samurai nascono sul finire del 900 d.C. , come guerrieri al servizio di un Signore, scelti tra i più valorosi che riescono ad uccidere in battaglia il maggior numero di nemici. Se inizialmente si trattava di servitori di poco conto (il termine deriva dal verbo suburau, ovvero servirsi, tenersi a lato), con il XII secolo la situazione muta considerevolmente e si passa a veri e propri bushi (guerrieri).

Prima di tutto, la politica militare interna muta: l’Imperatore perde progressivamente di importanza, a tutto vantaggio dei signori locali, i daimyo.

I guerrieri giapponesi accompagnano sempre il loro daimyo e, in un Giappone di lotte intestine, il loro ruolo è fondamentale, al fine di garantire la sopravvivenza del feudatario. Di qui alla nascita di una vera e propria casta di uomini, che giuravano fedeltà al signore e mettevano la loro vita al suo servizio, il passo è brevissimo. In questo periodo, quando si avvicinava il momento della battaglia era possibile combattere a fianco di un damyo per poter, in caso di sopravvivenza, acquisire il titolo di samurai.

Ma un nuovo cambiamento è alle porte. Hideyoshi Toyotomi è un contadino, che diventa prima samurai e poi signore feudatario, per decidere, tra il 1587 e il 1591, di rendere quella dei samurai una casta chiusa: il titolo di samurai non si acquista più, ora lo si può solo ereditare. E i guerrieri giapponesi diventano una classe nobiliare.

Iniziano i doveri, ovvero un codice d’onore da rispettare rigidamente (il bushido). E iniziano i privilegi: solo i samurai possono portare le armi in pubblico; solo loro possono scegliere un cognome per distinguersi dalla massa di giapponesi non nobiliari; solo loro possono uccidere chi li offenda per la strada, se costui è di casta inferiore.

Il periodo Edo (quello che va dal 1600 al 1868) è per il Giappone un periodo di lunga e duratura pace: ma questo per i samurai significa fondamentalmente “disoccupazione”. Ecco, quindi, che si dedicano a risolvere diatribe, a fare da interpreti durante i duelli teatrali, a gestire pratiche burocratiche e a studiare le arti (poesia, musica e scrittura, particolarmente importanti nel Paese del Sol Levante dell’epoca).

Superato il periodo Edo, alla fine dell’Ottocento, l’imperatore Meiji diede però il colpo di grazia alla casta dei samurai, nel tentativo di occidentalizzare il più possibile il Giappone: taglio del codino e, ben più grave, divieto di portare le armi in pubblico. Questa è, ovviamente, la fine per i samurai.

Il bushido

I samurai sono noti per il loro senso dell’onore, che fondamentalmente si traduce nel fatto di mettere la propria vita a servizio del proprio padrone. Coraggio e fedeltà significano non abbandonare mai il campo di battaglia, nemmeno di fronte alla morte certa, e non tradire mai il daimyo, il clan e la famiglia.

Chi disobbedisce è condannato alla morte, al suicidio rituale o ad errare come un guerriero vagabondo e un mercenario, diventando un ronin. La storia dei 47 ronin, narrata anche da un film di Carl Rinsch ed ispirata ad una vicenda vera, è esemplare a questo proposito.

Il samurai che, invece, volesse lavare il disonore per qualcosa commesso da se stesso o dal proprio maestro, doveva, invece, ricorrere al seppuku (volgarmente chiamato hara kiri, da noi occidentali): il suicidio rituale ripuliva l’onore e consentiva alla famiglia del samurai di vivere in maniera dignitosa, anche dopo la morte del capofamiglia.

La katana

Il samurai era maestro nell’utilizzo di moltissime armi, ma quella più nota è sicuramente la katana. Basti pensare ai molteplici esempi cinematografici, come la katana presente nel film L’Ultimo Samurai.

A partire dall’epoca Tokugawa, si dice che l’anima del guerriero giapponese risiedesse nella katana, che questi portava sempre con sé.

In ogni caso, quest’arma è fondamentale per il combattimento e per la sopravvivenza del samurai ed è pregna di significati e avvolta da una ricca simbologia. Si pensi infatti che, durante la classe militare, ai ragazzi di 13 anni, durante una cerimonia particolare, veniva attribuito un wazikashi (una spada corta) e un nome da adulto.

Solo dopo questo step i ragazzi potevano portare con loro una katana, che nel primo periodo veniva tenuta saldamente nel fodero con dei lacci, per evitare sfoderamenti immotivati o accidentali.

Ma non è tutto, perché l’accoppiata di katana (spada lunga) e wazikashi (spada corta) costituisce il daisho, prerogativa del samurai (soprattutto a partire dal divieto di portare armi in pubblico, valida per chiunque non fosse un guerriero giapponese a tutti gli effetti

Il ciliegio

La simbologia del samurai è ricchissima, si diceva. Come nel caso del ciliegio, emblema, nel Giappone feudale, dell’appartenenza alla classe dei guerrieri.

In quest’albero, soprattutto nel periodo della fioritura, il samurai vedeva la bellezza e la caducità della vita: come i fiori del ciliegio, il samurai è grandioso, ma bastano un temporale per far cadere i fiori e un colpo di spada del nemico per morire.

La morte (in battaglia) del giapponese non è come la morte per l’uomo occidentale: si trattava, per il samurai dell’unico modo onorevole di lasciare questa vita.

Recita un antico detto giapponese: “hana wa sakuragi, hito wa bushi" (花は桜木人は武士), che, tradotto, significa “tra gli alberi il ciliegio, tra gli uomini il guerriero”!