In moltissimi speravano, bramavano, aspettavano che qualcuno lo facesse. E quello che è stato definito un (mezzo) miracolo, alla fine, è stato compiuto. Il regista Peter Jackson ha portato sul grande schermo Il Signore degli Anelli.

Questa fatica gli è costata critiche, dubbi, in molti remavano (e forse “gufavano”) contro, ma alla fine di sette lunghi anni, milioni di euro di incassi in tutto il mondo, ben 17 premi (di cui 11 solo per il terzo capitolo della saga), lui ce l’ha fatta e la trilogia è stata completata.

Il libro: la contestualizzazione storica e l’humus dell’autore

Per capire, almeno in parte, l’atmosfera che sottende tutta la storia narrata nel libro, con i suoi personaggi fantastici, gli eserciti immensi, i castelli medievali e le spade dei personaggi de Il Signore degli Anelli, la lotta tra il Bene e il Male, non si può prescindere dall’epoca in cui Tolkien scrive. E non si può nemmeno prescindere dalla cultura tolkeniana.

Lo scrittore inglese, prima di essere il romanziere noto per aver dato il “la” ad un’immensa produzione epico – fantasy è un noto filologo dell’università inglese; è un profondo conoscitore della mitologia dei paesi del nord Europa ed un altrettanto profondo esperto della lingua inglese, al punto da inventarne una tutta sua che ritroviamo in ognuna delle sue opere.

E poi, non si può appunto dimenticare che Tolkien ha vissuto eventi drammatici: ha combattuto sul fronte della Prima Guerra Mondiale e Il Signore degli Anelli è stato concepito e scritto negli anni precedenti la Seconda Guerra e completato durante lo svolgimento del conflitto mondiale del 1939-1945.

In questo trittico, pensato per essere comunque un unicum, ritroviamo tutto ciò, in particolare l’eterno conflitto tra Bene e Male.

La lotta tra il Bene e il Male: ma non è così semplice!

Senonché, come diversi critici cinematografici di professione hanno fatto notare, la lettura di Tolkien non può limitarsi ad un’interpretazione manichea della realtà: non esistono solo i buoni da una parte e i cattivi dall’altra (e nel libro e nel film la loro individuazione sarebbe sin troppo facile).

Il bene in realtà è diviso e debole; non a caso l’esercito del bene è composto di uomini, di elfi, di nani e di hobbit, oltre che di maghi. Litigi, tormenti, prese di posizione, divisioni, debolezze.

Per non parlare del personaggio di Gollum: si tratta di una creatura che, avendo indossato a lungo l’Anello, si è svuotata della propria personalità ed è in perenne lotta per un potere che non avrà mai. Vive rinchiuso dentro una caverna, diventato asociale, proprio a causa di questa sua sete di possesso. Alla fine, aiuterà Frodo e Sam a raggiungere i confini di Mordor, nella speranza di reimpossessarsi dell’Anello.

Ma Gollum è molto di più di questo: porta in sé contraddizioni e speranze, è la visualizzazione della scissione della coscienza umana, dilaniato com’è nell’equilibrio precario tra una posizione e il suo opposto.

Il discorso ecologista: un’occasione persa per Jackson

E alla fine, non si può non parlare dell’ecologismo, nemmeno troppo latente, del libro e del film.

Quando i due hobbit Merry e Pipino incontrano Barbalbero, le pagine di Tolkien si dilungano in filosofeggiamenti sulla natura, sull’importanza del rispetto del verde e contro l’uso inadeguato della tecnologia. L’albero semovente, alla fine di una lunga riflessione, deciderà di schierarsi contro Sauron, perché le forze del male hanno da sempre piegato la natura ai propri fini, distruggendola.

Anche il fatto che l’albero si muova con un’estrema lentezza può essere letto come una critica tolkeniana all’accelerazione impressa dalla modernità allo stile di vita dell’uomo, che già nella prima metà del secolo scorso si faceva sentire.

Purtroppo, il film non riesce a rendere adeguatamente tutte queste pagine, estremamente profonde, così come Peter Jackson, nonostante tutti gli effetti speciali a sua disposizione, non è stato in grado di creare un Barbalbero convincente.

Alcune critiche

Anche, o soprattutto, in opere monumentali come queste, non mancano e non possono mancare le critiche, a volte anche aspre.

L’adattamento scenografico

Le sceneggiatrici del film Il Signore degli Anelli si sono conquistate la fiducia dei tolkeniani più incalliti nel primo dei tre film: La Compagnia dell’Anello è fedelissimo in tutto e per tutto all’originale cartaceo. Ma Fran Walsh e Philippa Boyens hanno invece avuto carta bianca ne Le Due Torri e Nel Ritorno del Re.

Negli ultimi due capitoli della saga, infatti, gli stravolgimenti rispetto all’originale abbondano: e questo diventa facilmente fonte di elogi e di critiche, da più parti. Da un lato, chi ha apprezzato l’interpretazione cinematografica, dall’altro chi non avrebbe stravolto una riga: il dibattito potrebbe andare avanti per pagine e pagine, mesi e mesi.

La durata eccessiva di alcune scene

Il regista Peter Jackson ha esagerato con il prolungare alcune scene.

Per non fare che pochi esempi, le fasi precedenti la battaglia del Fosso di Helm sono “tirati” per le lunghe: le forze di Rohan impiegano troppo tempo per giungere al Fosso; i momenti che precedono la Battaglia del Fosso durano troppo; … e così via.

Il tutto ricorda la battaglia sotto le Montagne Nebbiose, durante il primo film su Lo Hobbit. Anzi, secondo una parte della critica, il fatto di aver estrapolato una trilogia dal solo Hobbit (il cui testo originale tolkeniano è unico, a differenza del libro del Signore degli Anelli, tripartito già su carta) sarebbe la prova del fatto che Jackson non sia un regista adatto a trasporre su schermo opere come queste.

Insomma, il regista neozelandese ha il difetto della prolissità! Il che, per portare al cinema le oltre 1.000 pagine del libro, non farebbe che peggiorare il quadro!

L’utilizzo degli effetti speciali

Un altro rimprovero riguarda l’utilizzo che il regista ha fatto degli effetti speciali.

Questo era stato già notato all’epoca del remake jacksoniano di King Kong, quando l’enorme scimpanzé era stato “costretto” a combattere con un branco di T-Rex così a lungo, da trasformare la scena in un qualcosa di imbarazzante stupidità e di estremamente eccessivo.

Nel film Il Signore degli Anelli, quello che viene criticato è la bruttezza degli orchi troppo enfatizzata, così come i fantasmi delle Paludi Morte e il Sentiero dei Morti, a giudizio di molti, “esagerati”.

L’interpretazione di Gollum da parte di Andy Serkis è stata interamente realizzata al computer, lasciando al digitale quello che avrebbe dovuto fare l’attore. E poi, vi è quello già detto riguardo a Barbalbero, che nonostante gli effetti speciali, non sarebbe un personaggio riuscito.

Insomma, effetti speciali sì, ma alla fine nemmeno utilizzati troppo bene, sembrerebbero dire i critici. 

In conclusione …

Questo per quel che riguarda le critiche.

Degli aspetti positivi si è già detto: mettere sulla bilancia gli uni e gli altri è facile ed è altrettanto facile trarre le conseguenze per parlare dell’eccezionalità dell’opera di Peter Jackson.